Di relazione ci si ammala, di ChatGPT si guarisce: questa frase, provocatoria, mi è venuta in mente
di recente, quando mi sono imbattuto in un post su Instagram riguardante la possibilità di scegliere
come terapeuta un’intelligenza artificiale. Nessuna tecnologia, per quanto avanzata, ad oggi pare
possa sostituire ciò che accade nello spazio relazionale tra due esseri umani. In psicoterapia, la
relazione non è un semplice “mezzo” della cura: potrebbe anzi dirsi che è essa stessa la cura. È nel
rapporto tra paziente e terapeuta che si costruisce, si decostruisce e si rielabora il mondo interno
della persona che soffre. Ed è proprio qui che l’intelligenza artificiale, pur nella sua crescente
sofisticazione, mostra un limite strutturale ed epistemologico: non essendo un soggetto, non
potrebbe partecipare al campo intersoggettivo, né abitare quella zona viva, densa, ambivalente che
è il transfert. Nella tradizione psicoanalitica, il transfert è uno dei pilastri fondanti della cura. Freud
lo definiva inizialmente come una proiezione sul terapeuta di sentimenti, desideri, e aspettative
originati dalle relazioni primarie. Con l’evolversi della teoria psicoanalitica, il transfert ha sempre
preso piu centralità fino a diventare uno “spazio” in cui la ripetizione può trasformarsi.
Nella relazione terapeutica, il paziente ripropone dinamiche che hanno caratterizzato le sue
relazioni primarie e, grazie alla presenza viva del terapeuta, ha la possibilità di viverle in modo
diverso. Il terapeuta non reagisce come le figure del passato, non punisce, non abbandona, ma resta,
pensa, contiene. In questo modo, il transfert non è solo un fenomeno da “interpretare”, ma un
campo trasformativo.
Una macchina, ad oggi, non può essere oggetto di transfert, non può vivere il transfert, perché essa
stessa ne è priva, non vive una storia – passato, presente e futuro. Può “simulare” l’ascolto, ma non
può “essere l’ascolto”, non può essere “la made che funge da specchio” di Winnicott, né l’“oggetto
soggettivamente percepito” che acquista significato nella dinamica intersoggettiva. L’intelligenza
artificiale non può essere coinvolta, e quindi non può essere trasformativa nel senso profondo della
parola.
Negli sviluppi più recenti della teoria psicoanalitica — da Stern a Ogden, da Fonagy a Jessica
Benjamin — emerge con forza il concetto di intersoggettività: la mente si costruisce nel dialogo con
un’altra mente. Non è sufficiente “parlare di sé”, occorre essere ascoltati da un altro che ascolta,
comprende, risponde.
È in questo spazio relazionale— fatto di silenzi, sguardi, tensioni corporee, piccoli gesti — che si
costruisce la sicurezza di potersi aprire, rischiare, cambiare e sbagliare. Questo spazio non è
duplicabile in forma digitale. L’empatia vera richiede un corpo che vibra, un volto che reagisce, una
soggettività che risuona.
ChatGPT può imitare un tono empatico, ma non prova nulla. Non si emoziona. Non si turba. Non si
interroga
Wilfred Bion parlava della funzione alfa della madre: la capacità del terapeuta, cosi come per la
madre, di trasformare elementi sensoriali grezzi in pensiero rappresentabile. Perché questo
avvenga, serve una mente, un corpo, capace di contenere senza evacuare, di pensare l’impensabile
dell’altro. Non c’è nulla di “tecnico” in questa funzione: è relazione viva, attesa condivisa, pensiero
che nasce nel campo tra due menti. L’IA non possiede funzione alfa. Può restituire pattern, ma non
può contenere l’angoscia.
Winnicott, come accennato, parlava della “madre sufficientemente buona”, capace di offrire un
ambiente di holding. Anche il terapeuta è tale madre: contiene, tiene insieme il senso, attutisce i
traumi. ChatGPT può fornire spiegazioni, anche accurate, ma non può fornire holding. Non può far
sentire l’altro veramente visto e tenuto.
Un altro rischio concreto dell’uso massivo dell’IA per il supporto psicologico è la creazione di
un’illusione: una persona fragile, in difficoltà o delusa può trovare in ChatGPT un “interlocutore
sicuro” proprio perché è privo di soggettività, ma così facendo evita il rischio della relazione vera —
e con esso, la possibilità della trasformazione.
Come diceva il filosofo Martin Buber: “L’Io si realizza solo nel Tu”. E la sofferenza psichica, che nasce
spesso in un “altro mancato”, si cura solo in un Altro reale. È questo il cuore della psicoterapia, e
nessuna macchina, per quanto intelligente, potrà mai replicarlo. Quindi, si, purtroppo si, di relazione
ci si ammala ma di relazione si guarisce.