In molte narrazioni contemporanee ciò che inquieta è la fine del mondo: una catastrofe, un evento che distrugge la civiltà così come la conosciamo. In Pluribus, la nuova serie di Vince Gilligan, la sensazione perturbante sembra essere un’altra: l’impossibilità di avere uno spazio privato.
Il vero elemento che sembra destabilizzare Carol, la protagonista, non è tanto ciò che accade nel mondo esterno — o meglio, non solo — ma anche la scoperta di qualcosa di più sottile e fondamentale: il confine tra sé e gli altri.
Il privato non è soltanto una questione sociale o culturale. Non è semplicemente il diritto a stare da soli o a proteggere la propria intimità. In termini psicologici, potremmo pensarlo come qualcosa di più radicale: uno spazio che rende possibile l’esistenza stessa dell’individuo.
Potremmo dire: io sono anche ciò che l’altro non conosce di me.
La psicoanalisi ha sempre attribuito grande importanza a questo confine. L’Io nasce infatti attraverso un lento processo di differenziazione: il bambino impara progressivamente a distinguere ciò che è sé da ciò che è altro. Questo processo, che può apparire naturale, è in realtà una conquista evolutiva fragile.
Quando questo confine si indebolisce o scompare, l’esperienza psichica può cambiare profondamente.
In Pluribus emerge proprio questa angoscia: la perdita di uno spazio psichico in cui poter essere solo se stessi. Se tutto diventa condiviso, se non esiste più uno spazio interno non accessibile agli altri, allora qualcosa dell’individualità sembra rischiare di dissolversi, di estinguersi.
L’idea richiama, in modo evocativo, ciò che Sigmund Freud descriveva parlando dell’orda primordiale: una condizione in cui la soggettività individuale non è ancora pienamente differenziata e in cui l’appartenenza al gruppo prevale sull’identità personale. Non si tratta naturalmente della stessa situazione, ma il richiamo è significativo: la paura di una fusione che può arrivare ad annullare il soggetto.
Eppure questa fusione non è soltanto spaventosa.
C’è qualcosa, in questa condizione indifferenziata, che può apparire anche profondamente familiare, persino rassicurante. Come se evocasse una modalità di esistenza arcaica, precedente alla piena costruzione dell’individualità, in cui il confine tra sé e l’altro non è ancora stabilito.
Alcuni autori psicoanalitici hanno descritto questa esperienza.
Margaret Mahler ha descritto una fase precoce in cui il bambino vive una condizione fusionale con la madre, precedente alla separazione-individuazione. Allo stesso modo, Paul-Claude Racamier descriveva l’unisono simbiotico come una condizione in cui la differenza tra sé e l’altro è assente, lasciando spazio a un senso di continuità e appartenenza totale.
In questa prospettiva, la perdita del confine non rappresenta soltanto una minaccia, ma anche il rischio — o forse la tentazione — di una regressione verso uno stato originario, in cui la fatica dell’essere separati viene momentaneamente sospesa.
È forse anche per questo che, in Pluribus, l’indifferenziazione non appare solo come qualcosa da cui difendersi, ma anche come qualcosa che, in certi momenti, può attrarre.
Ma la condizione dell’essere umano è, in fondo, paradossale.
Se da un lato sembra avere bisogno di confini per esistere come individuo, dall’altro non può vivere senza l’altro. La mente non nasce nell’isolamento, ma nella relazione. Numerosi autori hanno sottolineato come il pensiero stesso emerga all’interno di uno spazio condiviso tra due menti.
È qui che la figura di Carol diventa particolarmente significativa. A un certo punto, disperata, cerca di richiamare gli altri, di far sì che tornino. Dopo aver difeso con forza la propria individualità, non riesce tuttavia a sostenere completamente il peso della solitudine.
Questo momento sembra mostrare qualcosa di profondamente umano.
L’essere umano non tollera facilmente né la fusione totale né l’isolamento assoluto. Ha bisogno di un equilibrio delicato: un confine che separi, ma anche una relazione in cui potersi riconoscere.
Il privato, in questa prospettiva, non è una fuga dagli altri. È, forse, la condizione che rende possibile l’incontro con l’altro. Solo se esiste uno spazio psichico individuale può esistere anche una relazione autentica.
Senza confine non c’è individuo.
Ma senza relazione non c’è mente.
Forse è proprio questo il motivo per cui l’assenza di privato in Pluribus appare così inquietante. Non minaccia soltanto l’intimità delle persone: mette in discussione qualcosa di più fondamentale, la possibilità stessa di essere un soggetto.