Pasquale
Carucci

Alle scale piace cambiare. A noi non sempre.

Riflessioni a partire da Harry Potter

Nelle settimane successive all’uscita del primo trailer della nuova serie di Harry Potter, le reazioni sono state molto intense. Al di là dei singoli dettagli, ciò che colpisce è quanto il cambiamento di un universo narrativo così familiare riesca a toccare qualcosa di profondo. Come se non si trattasse soltanto di una nuova versione di una storia, ma di qualcosa che riguarda anche il modo in cui quella storia è stata vissuta.

Per molti, Harry Potter appartiene a un momento preciso della vita, spesso legato alla preadolescenza o all’adolescenza, in cui i personaggi non sono soltanto figure narrative, ma diventano punti di riferimento, modi per pensarsi, per riconoscersi, per dare forma a qualcosa che ancora non ha un nome. Col tempo, queste immagini smettono di essere solo esterne e diventano parte dell’esperienza interna. È anche per questo che il cambiamento può risultare perturbante. Non perché una storia si trasformi, ma perché ciò che cambia all’esterno entra in contatto con qualcosa che, dentro, era rimasto relativamente stabile. Quando questo accade, ciò che viene toccato non è soltanto l’opera, ma il rapporto con una parte di sé che a quell’opera era legata. Si tratta, in qualche modo, di una perdita. E ogni perdita richiede un lavoro psichico, un lutto.

Paul-Claude Racamier ha descritto come la costruzione della psiche passi attraverso quello che chiama lutto originario, cioè la rinuncia progressiva all’illusione di un’esperienza piena, continua, senza fratture. Un processo che non riguarda solo l’inizio della vita, ma che continua ad accompagnarci ogni volta che qualcosa cambia.

Non sempre questo passaggio è possibile. Quando il lutto non viene attraversato, il cambiamento può essere vissuto come un’alterazione inaccettabile, qualcosa che non può essere integrato e che quindi viene rifiutato. In questo senso, alcune reazioni molto forti possono essere lette anche come una difficoltà a tollerare una trasformazione. A distanza di tempo, ciò che resta non è tanto il cambiamento in sé, ma la difficoltà di farci qualcosa. Come se ciò che è stato interiorizzato non potesse modificarsi senza mettere in discussione qualcosa di più ampio. Perché, in fondo, non è solo una storia che cambia.
Viene toccato qualcosa di interno, che fino a quel momento era rimasto stabile. E questo implica una rinuncia: quella a un’immagine che, per un tempo, è stata anche propria. Non è un passaggio semplice. Ma forse è proprio lì che si gioca la possibilità di continuare a portare con sé ciò che si è amato, senza che questo debba restare immutato.

Quando questo non accade, la perdita non scompare.
Tende a trasformarsi.

Alle scale piace cambiare.
A noi non sempre.